Radio 3 Suite ITA

Radio 3 Suite // 8 marzo 2016 (ENG version)

Intervistatore: Un bellissimo libro di uscita recente per Contrasto che documenta il lavoro di una fotografa svizzera che all’interno del suo lungo percorso fotografico tiene sempre la sua anima da pittrice, se mi posso permettere di dirlo, ovvero Irene Kung. Andiamo all’aperto a guardare, osservare, riposarci alla loro ombra, ascoltare il loro suono, strofinare le loro foglie, i colori dei loro fiori: gli alberi. Trees è infatti il titolo del libro di Irene Kung e ne parliamo con la stessa artista, buonasera

IK: Buonasera

Intervistatore: Buonasera. E poi con Giovanna Calvenzi, buonasera.

GC: Buonasera

Intervistatore: Che è una storica della fotografia che tante volte ci aiuta a dipanare gli importanti percorsi artistici di tanti fotografi e tante fotografe diverse, in particolare in questo caso. Allora, prima di dare la parola alla stessa artista chiedo a Giovanna Calvenzi di aiutarci a contestualizzare il lavoro di Irene Kung perché qualcuno dei nostri ascoltatori potrebbe incontrarla per la prima volta, anche se è una fotografa molto nota.

Giovanna Calvenzi: Parlare di fotografia oralmente senza vedere le immagini è sempre una cosa molto complessa. Per me il lavoro di IK è un lavoro davvero straordinario e in particolare questo lavoro sugli alberi è un po’ più complicato dei lavori che lei ha fatto in precedenza. Ossia in precedenza lei aveva realizzato un lavoro molto importante che si chiamava, si chiama, “La Città Invisibile” che aveva realizzato nel corso di due anni tra il 2010 e 2012 raccontando una città immaginaria attraverso gli edifici che compongono la città completamente isolati dal loro contesto. Ossia sono delle straordinarie immagini o in bianco e nero o a colori dove lei dichiarava che il buio in qualche modo le permetteva di illuminare quello che le piace e quindi di creare una sorta di città immaginaria con tanto di monumenti importanti, recenti, antichi. Una vera straordinaria città di invenzione diciamo. Lo stesso procedimento in qualche modo è stato utilizzato anche per creare questo giardino che lei stessa ha chiamato “Giardino delle Meraviglie” oppure “Foresta dell’Anima” nella quale l’albero è isolato dal contesto ed è in questo caso straordinaria la costruzione del bosco che ne nasce perché sono alberi diversi fotografati in stagioni diverse, in luoghi diversi, con luci diverse, eppure nella somma di tutte queste immagini nasce un bosco immaginario anche in questo caso che è una lezione di visione che ci insegna a vedere gli alberi.

Intervistatore: Allora Irene Kung, a parte ringrazio Giovanna Calvenzi perché l’ho sottoposta ad una doppia ordalia, quella di raccontare la fotografia alla radio e anche di farlo davanti all’autrice. Però mi serviva per aiutare il nostro pubblico, che già ci chiede di ripetere il nome Irene Kung, a contestualizzare questo lavoro che in effetti è assolutamente affascinante. Sfogliare le pagine di questo libro è come tuffarsi, staccarsi dal mondo in cui ci si trova anche stando seduti come sono io e soltanto sfogliando le pagine. Irene Kung: prima di tutto quanto tempo c’è voluto per realizzare questa raccolta di fotografie?

IK: Alcune fotografie le ho fatte anni fa e molte le ho fatte per il progetto dell’EXPO che sono tutti gli alberi da frutta che Contrasto mi aveva chiesto di fare per l’EXPO e quindi l’ho fatto in due tempi. Ovviamente il lavoro dell’EXPO l’ho fatto più o meno in sei mesi mentre gli altri alberi attraverso gli anni e quindi mi è difficile dare un tempo preciso.

Intervistatore: E’ un tempo molto lungo, anche se in realtà gli scatti, qui io dico quello che sento, ci gettano nella natura, ci fanno viaggiare nel secondo esatto in cui passa una folata di vento, un raggio di sole, eppure al tempo stesso il tempo si ferma in un’eternità assoluta davanti a questi alberi. Per ciascuno di questi scatti come ha lavorato? Per esempio quando si coglie il vento fra i rami di un salice piangente o di un arancio, per raccogliere il momento preciso in cui l’albero innevato è immobile al punto da sembrare un enorme cristallo, come ha lavorato in questi casi?

IK: Allora, da una parte è sicuramente questione di cercare sempre gli alberi, tenere lo sguardo aperto per vederli. E poi è anche molto questione di fortuna perché prima di andare a vedere un albero che magari avevo visto prima, ci ritorno con la speranza di trovarlo come mi piacerebbe fotografarlo ma magari il tempo non è giusto oppure non c’è la luce giusta quindi a quel punto ci vuole anche la pazienza di rimanere lì, di girare attorno per aspettare il momento in cui si è colpiti da qualcosa…

Intervistatore: Rimanere lì che vuol dire? Quanto tempo per esempio potrebbe capitare di restare a osservare l’istante opportuno per fare più scatti nel momento, come diceva lei, che le piace?

IK: A volte ci rimango molto poco perché c’è subito la luce giusta. A volte posso anche fermarmi una giornata. Oppure andare via e ritornare, dipende! Alcuni alberi li vado a ritrovare perché ormai li conosco bene. Ognuno ha una sua storia e la cosa straordinaria dell’albero è che non rimane mai uguale. A volte dopo pochi minuti ha completamente un’altra atmosfera, non parliamo di un altro giorno, cambia completamente tutto.

Intervistatore: Un aspetto interessante, qui giro la parola a Giovanna Calvenzi, che questo bosco immaginario composto da tanti alberi diversi, questo panorama continuo e caleidoscopico, prescinde dall’uomo da una parte, naturalmente è una natura silenziosa che vive dei proprio ritmi, ma al tempo stesso invece quando lo guardiamo ci include, come se la presenza dell’uomo la volesse. Cosa ci racconta da questo punto di vista il bosco immaginario di Trees di Irene Kung?

GC: Io credo che sia vero quello che Irene mi raccontava quando abbiamo parlato un pochino di questo suo progetto, ossia che è una trascrizione che si avvicina… Lei adesso l’ho sentita parlare, racconta con grande semplicità una cosa che progettualmente non è semplice, è la trasformazione seguendo un processo irrazionale e trasforma l’albero in qualche modo in un sogno. Cioè non è tanto la rappresentazione realistica, documentaria dell’albero ma l’albero nella sua immagine diventa una specie di sogno e come tale, adesso permettetemi questa considerazione forse un po’ semplicistica, diventa quasi l’idea incorruttibile, eterna, immodificabile di albero. Cioè è un sicomoro, è una palma, è un pino eppure è IL pino, IL sicomoro. Lei ha una capacità davvero straordinaria di trasformare in idea un dato reale che è l’albero.

Intervistatore: So che non si può trattenere ancora a lungo con noi Giovanna Calvenzi, volevo chiedere solo una battuta a proposito delle dimensioni di questi lavori quando poi vengono esposti. In particolare quelli che sono stati presentati all’EXPO e anche quale tipo di risultato hanno avuto nel rapporto con il pubblico.

GC: Hanno avuto un risultato straordinario perché effettivamente ognuno riconosce l’albero come se fosse proprio, come se l’avesse visto e sognato lui o comunque imparato a vedere e quindi in qualche modo se n’è appropriato.
La mia sensazione è stata di grandissimo entusiasmo, c’era la gente che si fermava e rimaneva incantata a guardare delle cose che conosceva perfettamente bene e che gli sembrava di vedere per la prima volta. E questa è un po’ la caratteristica del lavoro di Irene: ci insegna a vedere, in qualche modo.

Intervistatore: Chiedo a Irene Kung a proposito di questo lavoro che è in realtà una raccolta di alberi per la maggior parte europei o trapiantati in Europa come il banano o le palme. E’ anche una geografia d’Europa forse per certi versi più bella e più felice di quella che l’Europa ci sta offrendo in questi mesi?

IK: E come no, sono assolutamente d’accordo, ma soprattutto dei paesi del sud dell’Europa, in particolare l’Italia che vista dalla Svizzera dove vivo adesso è veramente un grande orto e quindi sì, andrebbe guardato bene.

Intervistatore: E andrebbe anche conservato bene perché noi sappiamo che il paesaggio esattamente come le città d’arte e i monumenti fa parte di quel grande patrimonio che dovremmo conservare. Ecco, questa è un po’ l’ultima parte della conversazione ma ci tengo molto: quando lei ha scelto i vari alberi, si è messa in osservazione ma anche in ascolto di questi alberi, quando il mondo antropizzato ha disturbato le sue fotografie, ha finito per inserirsi nelle foto, come ha fatto? Come si è relazionata con il mondo che noi abitiamo che invade e fa propria la natura?

IK: Per esempio con gli alberi da frutta è stato difficile perché adesso ad esempio anche i meli vengono piantati e potati a schiera e hanno perso la loro magnifica forma e quindi mi sono trovata in difficoltà a trovare l’albero isolato. Però ci sono, basta andare a cercarli quindi è questione di pazienza, io sono abbastanza ossessionata dal mio lavoro e quindi a me fa molto piacere andare a cercare i soggetti. Poi ci sono i momenti quando mi sento meglio in assoluto: è quando parto presto la mattina e tutto il giorno semplicemente vado in giro alla ricerca di un soggetto che mi piace. E’ uno stato di grazia, ci si sente molto bene facendo questo.

Intervistatore: Le sue parole sono molto belle e affascinanti, naturalmente poi è anche un lavoro molto duro, soprattutto in questo caso perché è vero che le sue fotografie di monumenti che hanno avuto una grandissima eco sono molto complesse, molto difficili, ma almeno un monumento è lì, è quello lì. E’ vero che si deve rivaleggiare con tante altre fotografie e letture dello stesso monumento ma l’albero bisogna trovarlo quello giusto, bisogna individuarlo.

IK: Esatto, però la ricerca è anche molto più piacevole del monumento perché si attraversa la natura cercandolo quindi non è più difficile.

Intervistatore: Un’ultima curiosità: quali sono i suoi progetti futuri? A cosa sta lavorando in questo momento?

IK: In questo momento sto rilavorando sull’architettura, alterno sempre, ho un altro progetto però non ne vorrei parlare ancora perché non è ancora definito, sarebbe proprio un soggetto nuovo per me. Però non è abbastanza definito per parlarne perché non sono sicura, magari lo cambierò.

Intervistatore: Una promessa di venire a parlarne insieme quando poi prenderà corpo in maniera definitiva.

IK: Poi tornerò anche sugli alberi perché ritorno sempre sui soggetti che preferisco.

Intervistatore: Può capitare per esempio che mentre sta facendo un lavoro sull’architettura o sta compiendo un altro percorso improvvisamente si trova davanti un albero e lo fotografa?

IK: Assolutamente, certo! Mi è capitato tante volte, per esempio il salice al quale alludeva prima, l’ho fotografato in Cina mentre stavo fotografando dei monumenti e di colpo ho visto questo movimento lento, bellissimo.

Intervistatore: Resteremmo ancora a lungo a parlare degli alberi che ha fotografato, sarebbe bello descriverli uno per uno. Trees, questo è il libro edito da Contrasto. Grazie per essere stata con noi Irene Kung.

IK: Grazie mille, posso dire una frase di chiusura? E’ una frase di Martin Luther King che dice: “Anche se sapessi che il mondo finisse domani, oggi pianterei comunque un albero”. E questo anche per dare una risposta a come va il mondo in questo momento, è bello dedicarsi ad una cosa così.